26 aprile
Aprile è il più crudele dei mesi. T. S. Eliot lo sapeva per sentito dire, immagino, dato che era nato il 26 settembre. Io lo so per certo, essendo nata sempre il 26 ma, appunto, di aprile. Un giorno nefasto. Non lo dico per odio verso me stessa, sono una persona solare. E’ un dato di fatto. Se non ci credete consultate Wikipedia. Del resto, come mi ripeteva affettuosamente mio padre: Il 25 aprile c’è stata la Liberazione e poi sei arrivata tu. Che le bandiere non fossero esposte per me è stata, intanto, la mia prima grande delusione. E se sembra megalomane considerate che mi chiamo Carla e il mio onomastico è il 4 novembre. Una doppia coincidenza di tricolori al vento che avrebbe, credo, tratto in inganno ogni bambino.
Del 26 aprile 1986 mi ricordo personalmente. Del resto chi dimenticherebbe un compleanno festeggiato il giorno in cui esplode una centrale nucleare? Pioveva a dirotto anche, proprio come il giorno della mia nascita, secondo mia madre, e si potevano quasi percepire le malefiche radiazioni di Chernobyl scorrere giù dal cielo.
In seguito, visitando Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan, ho letto senza stupirmene su un mesto monumento commemorativo a forma di roccia spaccata a metà che il 26 aprile 1966 la città era stata devastata da un terremoto. Il turismo in effetti mi è sempre stato particolarmente utile per apprendere nuove informazioni sul mio giorno natale. Ad esempio visitando la cittadina basca di Guernica, che espone la celebre omonima opera di Picasso, ho appreso che la prima città in assoluto ad aver subito un bombardamento aereo era andata incontro al suo destino il 26 aprile 1937.
Desta meraviglia, a questo punto che il giorno del mio compleanno sia legato anche in altri modi al nazismo? Che, per dire, la Gestapo sia stata creata il 26 aprile 1933? E che con Rudolph Hess io condivida non solo la data di nascita (sì, il 26 aprile, 1894 nel suo caso) ma anche in qualche modo il nome della città natale: Alessandria. D’Egitto per lui, in Piemonte, per me.
I grandi eventi della storia non devono però oscurare i piccoli accadimenti privati che, nel loro piccolo, spiccano ugualmente nitidi e significativi nel ricordo. Anche se in effetti farei prima a ricordare i giorni del mio compleanno in cui non è capitato nulla di spiacevole. Il più antico di cui abbia memoria è un 26 aprile delle elementari. Mia madre aveva organizzato una festicciola per i miei compagni di scuola, ma non si presentò nessuno. Però è una cosa così brutta e un ricordo così confuso che credo (spero) di averlo solo sognato. Sono invece certa, perché ci avevo scritto anche una specie di racconto, di ciò che successe alla festa per i miei 23 anni. Avevo allora una sorta di (ex) fidanzato molto conflittuale che mi aveva annunciato di non poterci essere perché veniva a trovarlo una ragazza, e di certo io non avrei avuto piacere. Ovviamente avevo risposto che poteva portare chi voleva e avevo passato la serata a rodermi il fegato e a sforzarmi di sorridere all’invitata non richiesta, mentre lui mi sogghignava come il gatto del Cheshire.
Molto più di recente, ma sempre un piovoso 26 aprile, sono stata abbandonata, durante una gita, da un altro fidanzato che a una sosta a un semaforo si è letteralmente catapultato fuori dall’auto. Stizzito da una furibonda discussione da lui stesso scatenata a proposito di una frase di Ferdinando Imposimato. A cui comunque non ne voglio, anche se mi ha rovinato l’ennesimo compleanno.
I compleanni misericordiosamente esenti da fidanzati sono andati storti per strani incidenti. Alla vigilia dell’esame di stato per diventare giornalista professionista, due giorni prima del fatidico 26, finii d’urgenza all’Oftalmico di Torino, dove mi aveva spedito l’oculista a cui avevo chiesto conto di uno strano velo che mi era sceso sull’occhio sinistro. Distacco di retina, la diagnosi. Esame rinviato, operazione, compleanno in ospedale, vista un po’ acciaccata (per fortuna solo da un occhio. Di quella degenza ho un ricordo indimenticabile. Era, appunto la sera del 26 (sì, pioveva) e il mattino dopo dovevo essere operata. Cacciato un prete che si aggirava per i corridoi e voleva a ogni costo confessarmi, avevo fatto amicizia con la compagna di stanza, una bellissima signora cieca per una malattia congenita della retina che era lì per tentare di recuperare un po’ di vista. Aveva splendidi occhi azzurri e un marito invidiabile, che aveva comprato un tandem perché potessero ancora andare in bicicletta insieme. Ascoltammo alla radio un film adattato per i non vedenti, lei mi assicurò che erano fatti molto bene. Il film era Chernobyl – Un grido dal mondo. Perché alla fine tutto si tiene.
Ma in ospedale avevo già passato un compleanno, circa un decennio prima, dopo aver inghiottito inavvertitamente un pezzo di vetro contenuto in una pizza ed essermi così perforata l’esofago. Cosa che aveva richiesto un intervento d’urgenza per scongiurare la setticemia e un lungo ricovero. Quel giorno avevo appena consegnato la tesi di laurea. Che ovviamente slittò. Per mesi dopo l’operazione rimasi pressoché afona e c’è chi ancora rimpiange quei tempi.
Quest’anno in confronto è andata benissimo, mi hanno solo rubato l’auto. Che come al solito era parcheggiata davanti al cancello di casa, dove l’avevo sempre lasciata. Io ero in casa e così i miei cani che in genere abbaiano a ogni foglia che si muove. Ma, come si usa dire, finché c’è la salute…
