Noi che siamo di Alessandria
Noi che siamo nati, e cresciuti, ad Alessandria, anche se lontani, ne portiamo il ricordo, e la nostalgia, in ogni gesto, in ogni pensiero. In ogni parola detta con quello strano accento, con quella erre gutturale e gracidante che riconosciamo all’istante, fra mille, quando incontriamo un concittadino.
Nell’ironia amara, lieve e disincantata che ci allevia i momenti più tetri, nel sorriso sarcastico che ci spunta, nostro malgrado, quando la commozione rischia di farci naufragare nelle nostre lacrime.
Perché noi di Alessandria amiamo e ci commuoviamo, sì, ma per cose strane: l’odore della nebbia e del fiume, l’umidità greve dell’afa che invade la piana, la foschia che già all’inizio dell’estate preannuncia l’autunno, la Luna d’agosto rossa e greve sui campi di stoppie al ritorno da una sagra, il tedio dell’inverno cupo e grigio rischiarato solo dal bagliore delle nevicate, il sollievo di una gita in Riviera o di una serata a fare le derapate in auto sulla neve fresca, la promessa illusoria della primavera con le sue ore di luce e il suo profumo di gemme.
Non sappiamo di venire da una terra difficile. Ci pare naturale morire di freddo d’inverno e maledire il caldo d’estate: se non succede ne sentiamo la mancanza.
Una mancanza ancestrale e inspiegabile, la stessa che ci fa riconoscere nel vento l’odore di foglie bruciate che, fin dalla nostra infanzia, a
nnuncia l’autunno.
Fin da bambini prendiamo in uggia quel cielo per lo più grigio, quei filari di pioppi che tagliano una pianura infinita, quelle distese di galaverna e di gelo, quella luce azzurrina delle tv accese che d’inverno è l’unica compagnia sui viali infiniti delle circonvallazioni.
Pensiamo che bisogna andare via, via lontano, come nella canzone di Baglioni. E se lo facciamo, per caso, per scelta, per errore, ogni notte torniamo in sogno a ripercorrere quei viali. E ne siamo felici. Per un momento.






